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INVALIDITA’ CIVILE: UNA RIFORMA CHE RISCHIA DI ERIGERE NUOVI MURI CONTRO I PIU’ FRAGILI
Dal 1° marzo 2026 l’accertamento dell’invalidità civile cambia radicalmente volto in 40 nuove province, tra cui Roma, Milano, Torino, Bologna, Venezia, Verona, Caserta, Cosenza, Catania, Messina, Cagliari e molte altre, nell’ambito della terza fase della sperimentazione prevista dal d.lgs. 62/2024 sulla riforma della disabilità. In questi territori il nuovo certificato medico introduttivo diviene l’unico strumento idoneo ad avviare il procedimento di riconoscimento della condizione di disabilità: la “vecchia” domanda amministrativa, che il cittadino presentava – spesso con l’assistenza gratuita dei Patronati – viene di fatto espunta dall’iter.
Come cambia il procedimento: dal Patronato al medico certificatore
Il cuore della riforma è tanto semplice quanto dirompente: il procedimento non nasce più dall’iniziativa amministrativa del cittadino (o del Patronato che lo assiste), ma dall’atto tecnico‑sanitario del medico certificatore, che compila e trasmette telematicamente all’INPS il nuovo certificato medico introduttivo.
Schematicamente, il percorso “corretto” nelle province coinvolte è il seguente:
- il cittadino si reca dal medico certificatore – medico di medicina generale, pediatra di libera scelta, specialista del SSN o medico operante presso struttura accreditata – il quale, previo accesso con il proprio profilo di “medico certificatore”, redige e trasmette all’INPS il certificato medico introduttivo tramite l’apposito servizio telematico.
- Solo dopo l’invio del certificato (che contiene un codice univoco) il cittadino può – e dovrebbe, se vuole tutelarsi adeguatamente – rivolgersi al Patronato per il mandato di patrocinio, la compilazione del modello AP70 e l’allegazione puntuale di tutta la documentazione sanitaria, socio‑economica e amministrativa.
Il nuovo sistema è accompagnato da una regola temporale estremamente rigida: tutti i certificati medici redatti secondo le pregresse modalità nelle 40 province interessate devono essere collegati a una domanda trasmessa all’INPS entro il 28 febbraio 2026; decorso tale termine, quei certificati perdono efficacia e occorrerà ripartire ex novo secondo la nuova procedura. Una “tagliola” che rischia di colpire proprio chi, per fragilità personale o complessità burocratica, si muove più lentamente.
Minori, indennità di frequenza e passaggio alla maggiore età
Particolare attenzione merita il segmento dei minori, tradizionalmente tra i più esposti a discontinuità nelle tutele. L’indennità mensile di frequenza spetta fino ai 18 anni ai minori con difficoltà persistenti o ipoacusia, in presenza di frequenza scolastica o di percorsi terapeutico‑riabilitativi e nel rispetto di stringenti limiti reddituali personali, che per il 2026 ammontano a 5.852,21 euro, per un importo mensile di 340,71 euro.
Per evitare vuoti di tutela nel passaggio alla maggiore età, è indispensabile programmare per tempo il subentro nelle prestazioni da “adulto” (assegno o pensione di invalidità, a seconda del grado), attivando con congruo anticipo – nei sei mesi precedenti il compimento del diciottesimo anno – un nuovo iter di accertamento, nel quale il certificato medico introduttivo diventerà nuovamente il passaggio chiave. In tale prospettiva, l’eventuale mancata tempestività nell’ottenimento del certificato o nel completamento della procedura potrebbe tradursi in sospensioni, ritardi e veri e propri salti di erogazione, con effetti devastanti sui bilanci di famiglie già fragili.
Per i minori titolari di indennità di accompagnamento, le regole di principio sul passaggio alla maggiore età restano formalmente le stesse; ma il nuovo impianto procedurale rischia comunque di incidere sul piano operativo, spostando ancora una volta il “potere di accesso” verso il medico certificatore e lontano dai presìdi gratuiti di tutela sociale.
Il ruolo dei Patronati: da servizio universale a opzione “a domanda”
Fino a ieri i Patronati hanno rappresentato, per milioni di cittadini, la porta di ingresso gratuita e universalistica al sistema di tutela dell’invalidità civile: predisposizione delle domande, allegazione dei referti, corrispondenza con l’INPS, monitoraggio delle convocazioni a visita, assistenza nei ricorsi e nelle revisioni. Un’infrastruttura di welfare non scritto, ma essenziale, che ha supplito alla complessità crescente delle piattaforme telematiche e alla cronica asimmetria informativa tra cittadino e amministrazione.
Il nuovo modello, invece, ridisegna questi equilibri:
- l’avvio del procedimento è appannaggio esclusivo del medico certificatore;
- il Patronato può intervenire solo dopo, e solo se il cittadino lo sceglie, conferendogli un mandato di patrocinio formale da allegare in procedura;
- la parte amministrativa (AP70, dati socio‑economici, coordinate di pagamento, dichiarazioni reddituali, ecc.) diviene un segmento successivo, non più strutturalmente integrato all’atto iniziale di domanda.
In altre parole, ciò che era presidio gratuito e strutturale diventa un “optional” rimesso alla consapevolezza – e alla capacità organizzativa – del singolo cittadino. In un contesto in cui alfabetizzazione digitale, risorse economiche e forza psicologica sono spesso compromesse dalla stessa condizione di disabilità, questa scelta appare quantomeno discutibile sul piano dell’equità sostanziale.
Il rischio di un mercato del certificato: quando il diritto diventa prestazione a pagamento
Nelle realtà in cui la sperimentazione è partita prima, iniziano a circolare – sia pure in forma informale – voci allarmanti. Si parla di medici di famiglia in quiescenza che chiedono di essere riattivati unicamente come “medici certificatori”, di studi che si organizzano come “hub” del certificato, e soprattutto di veri e propri listini per la compilazione e l’invio del certificato medico introduttivo, nonché per il caricamento e la gestione della documentazione sanitaria, con onorari che arriverebbero fino a 200–300 euro per singola pratica.
È bene ricordarlo con chiarezza:
- la riforma non prevede alcuna tariffa pubblica vincolante né alcun principio chiaro di gratuità per il rilascio del certificato medico introduttivo;
- il SSN già soffre di drammatiche liste d’attesa, che spingono molti cittadini verso il privato a pagamento;
- i Patronati, per parte loro, continuano a erogare gratuitamente assistenza amministrativa, ma non possono sostituirsi al medico nella redazione del certificato introduttivo, che è condizione necessaria per attivare la procedura.
Se il certificato introduttivo – divenuto atto fondante e imprescindibile del procedimento – si trasforma in una prestazione liberamente tariffata sul mercato, il rischio è evidente: l’accesso all’invalidità civile, all’indennità di accompagnamento e alle correlate provvidenze economiche diventa una faccenda “per chi se lo può permettere”, mentre i più poveri saranno spinti a rinunciare o a rimandare, esattamente come già accade per visite specialistiche ed esami diagnostici non più garantiti in tempi ragionevoli dal servizio pubblico.
Sarebbe un paradosso crudele: la riforma che nasce sotto l’egida della semplificazione e della “presa in carico globale” rischia di tradursi, nella prassi, in un nuovo ceto di esclusi – gli “invisibili” dell’invalidità civile, coloro che avrebbero bisogno della certificazione proprio perché non dispongono delle risorse per acquistarla. In assenza di regole chiare sulle tariffe, di vincoli alla gratuità per i medici di base, o almeno di meccanismi di rimborso e calmieramento per i redditi bassi, il sistema potrebbe legittimare un vero e proprio mercato del certificato e degli allegati, con un muro economico eretto all’ingresso della tutela.
Una riforma senza garanzie esplicite di equità
L’INPS diventa titolare unico del processo di accertamento della disabilità, con l’obiettivo dichiarato di uniformare criteri, accelerare i tempi e collegare più strettamente l’accertamento sanitario al “Progetto di vita” introdotto dal d.lgs. 62/2024. Su carta, un disegno ambizioso e potenzialmente virtuoso. Ma ogni riforma procedurale che tocca diritti fondamentali deve essere giudicata non solo alla luce delle intenzioni, bensì delle garanzie effettive che offre ai più deboli.
Ad oggi, tre criticità appaiono particolarmente gravi:
- l’assenza di una chiara cornice normativa sulla gratuità – o almeno sulla regolazione – del certificato medico introduttivo, specie se redatto dal medico di medicina generale nell’ambito del SSN;
- lo spostamento del baricentro dell’accesso dall’assistenza gratuita dei Patronati a un atto sanitario potenzialmente a pagamento, affidato a una platea di medici da abilitare con procedure dedicate (profilazione, modulo AP110, ecc.);
- la costruzione di un iter a più “scaglioni” (certificato, eventuale domanda/integrazione amministrativa, AP70, verifiche reddituali, progetti di vita) che rischia di moltiplicare i punti di caduta per chi non ha accompagnamento competente e continuativo.
Nelle prossime settimane occorrerà verificare se queste criticità verranno smentite da atti chiari su gratuità, tariffe, responsabilità del SSN e ruolo dei Patronati, oppure se si consoliderà un modello nel quale il diritto sociale si riduce a prestazione condizionata dalla capacità di pagare il “pedaggio” iniziale del certificato.
Se prevarrà la seconda ipotesi, non saremo davanti a una mera innovazione procedurale, ma a un salto di paradigma: l’invalidità civile e la disabilità non più come ambito privilegiato di universalismo solidale, bensì come nuovo terreno di privatizzazione strisciante, in cui l’accesso al diritto si compra – letteralmente – al prezzo di una parcella. E in un Paese in cui già oggi migliaia di persone rinunciano a curarsi per motivi economici, questo non è solo un problema tecnico: è una questione di civiltà giuridica e di democrazia sociale.

